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Cronaca parziale di un maniaco-depressivo



Marzo 2001

Mi ritrovo a letto dopo una notte insonne e con una gran paura di alzarmi.
Non sento voglia di niente.
Anche oggi la giornata è trascorsa come ieri: buia, senza parole, senza piaceri, senza futuro.
Anche oggi, come tutti i mesi dall’autunno del 1999, mi sento inutile e vuoto e inerme.
Non dormo.
Cerco motivi per riscoprire la voglia di vivere. Non li trovo.
Cerco un punto di riferimento al quale aggrapparmi per riempire un futuro che sembra inghiottito per sempre dal mio passato.

Domani ho appuntamento con il mio psichiatra.
Da nove mesi sono in cura da lui.
Una pastiglia di Deroxat il giorno e i suoi rari commenti non sono serviti a farmi risalire dall’abisso in cui sono sprofondato.
Anzi, da alcune sedute sonnecchia sul suo lettino e non dice nulla di serio. Ormai anche lui è uno degli effetti secondari del medicamento che mi ha prescritto.

Sento di essere in un vicolo cieco, e allora nuoto nel lago della mia depressione, senza poter raggiungere una riva dove accendere un fuoco che illumini la mia mente.
Penso ancora una volta di farla finita e di congedarmi senza far rumore.
Stasera è troppo tardi per suicidarmi e allora mi lascio cadere sul letto.



Dopo una crisi d’astinenza da tutto, durata due anni, oggi sento qualcosa muoversi dentro e i confini del buio svaniscono nel nulla.
Ho fretta di alzarmi, come se dovessi riprendere i progetti e i lavori interrotti quando sono caduto nel baratro.
Sento una nuova e antica energia.
D’un tratto scorgo nella nebbia una miriade di colori di cui avevo scordato l’esistenza, o forse mai esistiti. Il buco nero in cui ho vagato fino a ieri accompagnato dal nulla totale e da frequenti e a volte fascinosi desideri suicidali, è già un remoto ricordo.
Sto risalendo verso la superficie e sento avvicinarsi il reef colorato e la luce del sole che buca le onde del mare.

Dopo tanto silenzio ho urgente bisogno di parlare, di trasmettere la mia gioia e la mia energia ad altri, senza distinzione fra amici e sconosciuti.
Mi tornano in mente tanti amici “antichi” che ho voglia di incontrare.
Ne scrivo una lista lunghissima su un foglio troppo piccolo, ma pochi nomi sono leggibili e allora mi affido al caso.

Raggiungo gli uffici in cui negli ultimi due anni non ho concluso nulla, se non trascinare il peso della paranoia da un ufficio all’altro.
Allora la mente era desolatamente vuota. Appena mi avvicinavo al computer la paura di smarrirmi nello schermo mi attanagliava lo stomaco e contribuiva a rafforzare il senso d’inutilità.
Gli altri poi erano una presenza ostile.

Penso ancora agli amici “antichi” che desidero incontrare, ma che non cerco, come bastasse la voglia.
Elenco i titoli di un sacco di brani musicali che hanno segnato la mia vita remota.
Scrivo parole che non so più leggere, ma certamente molto importanti.
Scrivo il biglietto della spesa: pane, burro, uova, pomodori, Porsche Turbo nera con l'interno di pelle rossa…

Per non sprecare tempo torno a casa a 220 l’ora, come sempre in questo periodo.
Sono pervaso da un senso di onnipotenza.
La mia giornata è colma di chiacchiere con sconosciuti, di progetti frenetici, di un sacco d’energia che dilaga in ogni direzione.
Non mi bastano più le ore del giorno, perciò il sonno e l’andare a letto sono un’inutile perdita di tempo.
Ciò mi crea parecchi problemi in famiglia.
Problemi fuori luogo, penso. Non capiscono le mie esigenze, ma non ne sono troppo disturbato.

Un giorno blocco il nostro vicino e gli pianto una cotoletta di alcune ore.
L’ho visto un po’ perplesso, ma va bene così.

Mi avvio verso casa e incontro una signora anziana molto simpatica. Invito lei e altri sconosciuti a visitare il nostro bellissimo giardino. Mia moglie D. si affaccia all’uscio di casa e mi fa sapere che la mia non è un’idea brillante. Boh…
In famiglia sono sempre più preoccupati del mio stato euforico e io continuo a non capirne il motivo.
D. cerca disperatamente il mio psichiatra dr. S.M. ma invano. Lui ha deciso di non farsi vivo…



Il mio nuovo psichiatra Dr. J.W.M. è molto gentile e sembra preoccuparsi seriamente del mio stato di salute. Ci teniamo giornalmente in contatto telefonico e controlla a distanza i miei movimenti.
Più che altro teme la frenesia dei miei pensieri e la velocità dei miei spostamenti in macchina. Io lo ascolto diligentemente, ma sinceramente credo che i suoi timori sulle possibili conseguenze nefaste alle quali potrei andare incontro siano eccessivi.
Io ingoio diligentemente tutte le medicine prescritte, ma continuo a volare… e mi piace un sacco.

Il Dr. J.W. M. è molto simpatico.
Mi dice, con un po’ d’incertezza penso io, che sarebbe buona cosa se accettassi di farmi ricoverare in una clinica psichiatrica per un po’ di tempo.
Non è stato necessario che si dilungasse troppo per convincermi.
Mi apprestavo a fare un nuovo viaggio…
Trovai la proposta veramente fantastica per il fascino di immergermi in una nuova realtà dove dividere con altre persone i miei progetti e la mia energia.



Oggi parto per Littenheid.
Durante il viaggio sento chiara la preoccupazione dei miei familiari.
Io non capisco perché. Sono contento d’andarci. Un piacevole senso di euforia mi accompagna durante tutto il tragitto.

Appena arrivato a Littenheid mi sento a casa.
Davanti alla clinica scarichiamo i pochi bagagli e c’incamminiamo verso il “Park D”, stazione per malati acuti.
Quell’ ”acuti” mi piace molto, mi suona come un privilegio.
La porta si richiude a chiave alle nostre spalle e il gesto non mi disturba.

Oggi ho saputo che esistono diversi tipi di depressioni.
La mia è del tipo B, cioè bipolare, caratterizzata da depressioni dal Mar Morto in giù e fasi maniache dal K2 in su.
Disturbi bipolari dice meglio la realtà del maniaco-depressivo, specialmente nel mio caso dove i salti da un polo all’altro sono molto violenti.

Chissà come sarà quando m’immergerò di nuovo nella “vita normale”.
Almeno una volta il giorno mi chiedo come sarà.
Qui a Littenheid non ho dubbi, ma fuori?
Mi sento scombussolato e mi sorgono un sacco di dubbi.
E qui, in questo momento, ho bisogno di certezze che mi diano la forza di non fuggire.

Ho saputo che le medicine mi accompagneranno per tutta la vita.
La notizia m’impressiona un po’.
Ingenuamente pensavo che una volta fuori di qua fossi guarito.

Sono convinto che sarò un altro e che ci saranno tanti problemi in meno. Ma forse è solo un sogno…



È tanto che non mi sento “a casa” (pure a Littenheid mi sentivo “a casa”…) e appena nell’appartamento mi godo questa bellissima sensazione.
La vista degli Hundertwasser e di tutti i piccoli oggetti decorativi mi danno tanta energia per fare, per vedere, per toccare.
Questa sera forse berrò una birra dopo tre settimane senz’alcool. Anche un buon bourbon non sarebbe male.

Lancio un’occhiata al mio diagramma e mi sa che sta crollando…
Mi sento risucchiato in una situazione che non mi piace e una sgradevole sensazione mi avvolge.

Da quando ho lasciato Littenheid, e anche durante l’ultima settimana, la curva del mio umore scende dolcemente e inesorabilmente. Oltre c’è l’ombra della depressione.
La prospettiva di affondare nel buio m’inquieta.
La paura non è quella di una sparata maniaca, ma il contrario.
Altri non la pensano così. La mania genera paura perché crea disordine e fa rumore.
La depressione no, e allora nessuno ci fa caso.

Sento che il cammino in bilico sulla sottile fune di nebbia stesa sopra il buco nero sarà lungo.
Nei miei occhi c’è tanta paura e a volte anche il terrore.


Frank Marcacci – aprile 2001


Dopo due anni di test con svariati medicinali, oggi grazie alla giusta combinazione dei farmaci ed al supporto dello psichiatra e dei miei familiari, ho raggiunto un buon equilibrio e non ho più fatto ricadute.




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